Ad un uomo, per trasformarsi da turista in viaggiatore, entrare in quella vita, di quella gente, e poi riemergrere, se stesso dall'altra parte, servono anni spesi a conoscere e capire. A conoscere l'essere umano. La ferraglia ed il vetro che rimbalza sul petto, si accontenta di banalità come tempi, diaframmi e messa a fuoco.
Raffaele sa benissimo che in Africa si può al massimo essere un turista rispettoso e responsabile, a momenti quasi un viaggiatore, mai uno del posto. Ed a volte essere anche solo un turista responsabile è una cosa complessa, faticosa, a modo suo rischiosa.
Arrivati a questo punto non credo che si possa andare molto oltre. Se non trasferirsi definitivamente in africa. Diventare africano, cambiare il colore della pelle e poi riprendere la macchina in mano.
In queste foto, vicinissime, strettissime, si vede tutta l'infinita distanza tra noi osservatori e quel mondo. Sono fotografie in bilico. Da una parte mantengono quella impalpabile distanza, in grado di raccontare, a chi guarda, la normalità come qualcosa di eccezionale.
Poi a volte il fotografo ci svela che vediamo la faccia che quel mondo ha deciso di volgere a noi. Si vede la nostra inevitabile contaminazione, una graduale perdita di identità per adeguarsi a certi modelli, molto occidentali.
In bilico, nell'attimo di equilibrio, ne cogliamo l'anima. I ragazzi che giocano a fare gli adulti, con lo sguardo diretto dei bambini. C'è la gente in festa, il cuore nelle mani che suonano, gli uomini e donne che lavorano e che sorridono. Le mani che fanno i mattoni, qualche nudo, inizio novecento, come quelli che portavano a casa gli esploratori prima ed i soldati poi, con le prime fotocamere a rullino. Pongono altri interrogativi.
Forse il Madagascar è diventato la periferia dell'Avana. Oppure, tutti questi posti hanno imparato a vendersi, e sono tutti diventati dei Nonluoghi, capaci di cambiare faccia a seconda dell'immagine che noi abbiamo di loro? Oppure quello che vediamo è semplicemente un altro mondo, un altro modo di vivere e di sentire?
Con che sentimento ed intenzioni il nostro Raffaele è andato laggiù, per portare a casa un corpus di immagini così differenti?
Una foto che si lasci all'interpretazione, che la esiga e la stimoli, come fa l'interezza di questo lavoro, è l'unica foto che possa contenere un briciolo di verità.
Altrimenti resta, come tutte le semplici fotografie, una piccola bugia in bianco e nero.
Luca Vascon a commento di: Madagascar, solo un attimo di quiete - Ottobre 2006